Gli Antichi Romani erano all’avanguardia in quasi tutte le scienze e aree del sapere, ma non si può dire altrettanto delle loro abilità in campo odontoiatrico. Il termine “dentista”, ad esempio, in latino non esisteva. Chi doveva curare carie e dolori si rivolgeva a un medico generico. Qualcuno sostiene perfino che anche i barbieri effettuassero estrazioni, ma questa forse è leggenda più che storia.

 

A chiarirci le idee sui metodi “scientifici” utilizzati dai Romani per la cura dei denti, ci viene in aiuto il trattato di Plinio il Vecchio Naturalis historia, del I secolo d. C: per allontanare il mal di denti lo scrittore e naturalista Romano raccomandava di trovare una rana al chiaro di luna e chiederle la guarigione. Nel libro XXV del suo trattato enciclopedico troviamo inoltre il rimedio per gengiviti e stomatiti: inalare i vapori della combustione dei semi del giusquiamo, oppure sciacquare la bocca con il decotto di verbena in vino e aceto. Plinio ci illustra anche la ricetta per un “ottimo” dentifricio, a base di cenere di testa di lupo, lepre e topo, mescolata con gusci d’uovo polverizzati e pietra pomice. In nessun testo latino si fa però menzione agli spazzolini.

 

Seppure nell’antichità, probabilmente, le carie fossero meno diffuse di oggi a causa dell’assenza dello zucchero, tuttavia i denti venivano logorati da abitudini alimentari che necessitavano di un’intensa masticazione. Le carie erano però ricondotte ad altre cause: secondo le credenze dei tempi (ma anche gli Egizi lo pensavano) a danneggiare i denti erano dei temibilissimi vermi. La teoria è confermata da Scribonio Largo, medico dell’Imperatore Claudio nel I secolo, che suggeriva di curare le carie con “fumigazioni fatte con i semi di giusquiamo sparsi sul carbone ardente (…), seguite da risciacqui della bocca con acqua calda. In questo modo, i piccoli vermi vengono espulsi”.

 

Come detto, per l’estrazione dei denti non esistevano specialisti, ma normali medici. Per questa operazione, si adoperavano forcipi e arnesi noti come “tenaculum”. Le otturazioni erano ancora sconosciute, mentre invece venivano effettuate le protesi, realizzate in avorio, osso o legno.

 

Molto più ferrati in materia sembravano essere i predecessori dei Romani che vivevano nell’Italia centro-settentrionale, ossia gli Etruschi, una delle civiltà più progredite dell’antichità.

La loro abilità nella cura dei denti è testimoniata da diversi reperti archeologici, che ci hanno rivelato teschi muniti di protesi dentarie straordinariamente evolute e ponti fatti in osso di bue e fili d’oro, la cui qualità non venne superata nei successivi mille anni.

 

La competenza tecnica degli Etruschi nel settore dentistico era figlia della loro specializzazione nell’arte orafa. Già nel VII sec. a.C. gli Etruschi sapevano realizzare ponti e stabilizzare i denti vacillanti grazie a fili d’oro. Nello specifico, erano abilissimi nella tecnica della “granulazione”, grazie alla quale piccole sfere d’oro venivano saldate su lamine sottili, al fine di creare protesi e ponti. Anche gli strumenti utilizzati per questa operazione – pinze, trafile, trapani rudimentali e saldatori – erano piuttosto evoluti rispetto alle conoscenze del tempo.

Fonti:
“Ancient Dentistry”, British Dental Association
Pilloledistoria.it
Medicinalive.com